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La fine dello stato sociale

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La fine dello stato sociale

Renzi affida oggi ad una lettera pubblicata dal quotidiano La Stampa, la richiesta “di verità d’informazione” per il suo “Italicum”, la legge elettorale che dovrebbe sostituire il precedente “Porcellum”, la pessima legge secondo la quale gli italiani sono andati a votare negli ultimi anni.

Nemmeno ai tempi dei governi berlusconiani si era visto uno schieramento così massivo di “grandi” giornalisti, che con ributtante piaggeria si affannano a sostenere sulla carta ed in TV, l’opera ed il pensiero del presidente del consiglio.

Ma non basta: l’illuminato premier annuncia con veemenza che qualora la votazione parlamentare risultasse sfavorevole, il governo cadrà, consapevole che questa minaccia costituisce un’orrida previsione per un parlamento terrorizzato di perdere il proprio impiego.

Nelle stesse ore il ministro del lavoro Poletti ed il presidente dell’INPS Boeri, fanno sapere che è allo stato di studio avanzato, da parte di due massimi esperti:

i signori Gutgeld e Perotti, il primo dei quali ex manager della MCKinsey (multinazionale di consulenza di direzione, con sede a NewYork, eletto alla Camera con i voti del PD), un piano per scongiurare l’ennesimo aumento dell’IVA, che scatterà dal 2016, qualora non vengano trovati 10 miliardi di euro per il prossimo bilancio.

Tali eminenti professionisti prevedono, in primo luogo, tagli alle pensioni per 2,5 mld, andando a prelevare dagli assegni degli emolumenti più sostanziosi.

La soglia dalla quale iniziare il prelievo forzoso è indicata in 2800 euro lordi al mese, ovvero dalle pensioni che portano nelle tasche dei beneficiari 2.000 euro netti.

In secondo luogo l’intervento di risparmio riguarderà la sanità per 1,5 mld. ed a seguire, le ferrovie ed il trasporto pubblico locale.

Dopo i pesanti interventi al sistema pensionistico, operati negli scorsi anni, dai vari ministri: Ciampi, Dini, Amato, Prodi e Fornero, era forse ragionevole ritenere che la soglia mai raggiunta della disoccupazione giovanile, gli ostacoli crescenti posti all’iniziativa privata mediante sempre nuovi balzelli ed adempimenti normativi imposti da leggi e leggine su varie materie, la stretta creditizia operata dalle banche, il blocco delle assunzioni nel settore pubblico, indirizzassero il governo verso provvedimenti intesi a ridare fiato all’economia reale e quindi anche alla propria contribuzione erariale.

Evidentemente, per tagliare le pensioni e flettere ulteriormente l’economia e le condizioni di vita dei cittadini vi è ancora bisogno di esperti. Numi lautamente pagati, come l’ex premier Monti, i cui effetti di governo fanno ora sentire il loro enorme peso ai cittadini, attraverso l’applicazione delle norme attuata, in quest’ultimo anno, dal governo del parolaio fiorentino, al servizio dei soliti noti.

“Noti”, ovvero aziende private, celebrate per le presunte virtù imprenditoriali, che, da decenni, ricevono dai contribuenti, sotto varie forme, dirette ed indirette, dazioni economiche ingenti, operando sempre più da despoti in un contesto economico e politico totalmente asservito al loro volere.

Le stesse che sono servite e servono da settant’anni da ponte agli egoismi geopolitici mondiali, per imporre limiti alle potenzialità di sviluppo dell’Italia ed al ruolo che un Paese così dinamico potrebbe avere nel contesto mondiale, grazie anche alla propria posizione geografica.

Contrazione dello stato sociale, sino alla sua totale eliminazione e creazione di una nuova mentalità nei giovani, nella quale il supino assoggettamento all’accettazione di precarie condizioni di vita sia la normalità, sono gli obiettivi d’immediato raggiungimento, occultati con giustificazioni di rimediare a condizioni di congiuntura economica emergenti, create ad arte.

Le difficoltà presenti dell’Italia sono d’ordine economico e morale.

Per le prime, data l’evidenza dei fallimenti delle politiche imposte da Bruxelles e dalla troika, non vi sono possibilità di soluzione senza la riassunzione dei criteri di sovranità nazionale e soprattutto di semplice buonsenso nella gestione della sua economia. Senza questa preventiva assunzione di consapevolezza, mai nessuna prossima azione di politica economica e di bilancio potrà ottenere sia pure il minimo risultato positivo.

Il superamento delle difficoltà morali dovrebbe essere, invece necessariamente anteposto alla risoluzione di quelle economiche, perché d’esse è più causa che concausa.

Su questo versante lo sconquasso è ampiamente visibile e non è imputabile solamente alla classe politica, alle regole del voto tanto care al premier ed a chi lo guida ed alla generica perdita dei valori fondamentali della nostra società. Esso deriva da più semplici e assolutamente dominabili cause imputabili al comportamento quotidiano di ciascun cittadino, sempre più chiuso nel proprio egoismo ed egocentrismo, indifferente alla politica, preoccupato d’apparire più che d’essere e, soprattutto, illuso di farsi “i fatti propri”.

In questo contesto, di generalizzata superficialità e distrazione dalla vita pubblica, dove furbizia e cialtroneria sono erette a virtù, le caratteristiche peculiari di uno stato democratico funzionale alla vita ed al benessere di tutti i cittadini rischiano d’essere eliminate.

A tanto è giunto questo Paese e ciò che sta accadendo ne è la prova: lo smantellamento della sua stessa ragione d’esistere e con essa degli interessi della stragrande maggioranza della sua collettività.

 

Stefano Radi

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