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Crescita infinita, benessere diffuso

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Crescita infinita, benessere diffuso

Per tutti gli anni settanta e ottanta, prima della caduta del muro, ai berlinesi dell’est che riuscissero a traguardare al di là del Chek point Charly in Friedrichstrasse, si presentavano tra mille scintillii di luci le boutique del settore occidentale.

Un’attrazione che dimostrava ciò che era l’occidente: non retorica politica, conformismo innaturale per i più intelligenti, burocrazia fatta di moduli e visti, sfruttamento economico sovietico, ma libertà, spazio per la propria intraprendenza, nuovi prodotti, macchine e belle cose da comperare, indefinitamente, con i proventi di un lavoro ben retribuito.

Anche l’Italia degli anni ’70 e ’80, dopo i miglioramenti salariali generalizzati a tutte le categorie di lavoratori, viveva uno dei periodi migliori della sua unità nazionale.

Crescita e benessere che si sviluppavano grazie al sistema economico del libero intraprendere, regolato da leggi democratiche che scaturivano da costituzioni garantiste del rispetto per la persona e per la sua evoluzione.

Poi quel muro, pragmatico ma politicamente assurdo e socialmente nefasto, voluto dagli stessi politici tedeschi dell’est, è caduto. E’ crollato come si dissolvono sempre nel tempo, con o senza la forza, le imposizioni illogiche alla natura umana, seppure create con fredda razionalità, accurata programmazione e celere realizzazione.

Oggi la Germania, gigante economico mondiale, nano politico, considerata arbitro della finanza europea, sta osservando la dissoluzione dell’unità europea. Lo stesso Martin Schulz presidente del parlamento di Bruxelles ha dichiarato, prima di Natale, che l’unità dell’Europa è a rischio.

La cancelliera Merkel, donna forte del sistema politico UE, osannata in patria, temuta all’estero, sembra lasci il suo posto alla fine dell’anno in corso, sommersa dagli attacchi politici pervenutigli non da nuovi oppositori, ma dal suo stesso possente partito, la CDU, tardivamente resosi consapevole dell’entità del malumore sociale provocato dalla recente massiccia immigrazione di arabi d’ogni nazionalità.

Quel sogno di unità europea realizzato nei decenni successivi al ’45, con grandi sforzi politici da pochi illuminati statisti, prevalentemente tedeschi, preoccupati di rassicurare tutti sull’effettiva pacifica e laboriosa natura dei loro concittadini, che molto ha contribuito allo sviluppo delle economie degli stati fondatori, è ora infranto dalla realtà dei fatti.

Bruxelles governa mediante norme imposte ai Paesi membri, grazie a trattati da essi sottoscritti, senza l’avvallo di specifiche attribuzioni scaturite dalla volontà popolare. Membri rapidamente incrementati negli ultimi tre lustri, caratterizzati da differenti modalità di partecipazione, ma con benefici identici. Abbattute le stanghe ai valichi di frontiera, sopra a tutto e tutti, è stata posta l’economia e con essa i propri strumenti: finanza e moneta.

Banche, assicurazioni e mercato. Ovunque si vada nelle città grandi e piccole di quest’Europa unita, vi sono sedi di banche, sempre poste nei migliori palazzi del centro e filiali sparse ovunque, sin nell’ultimo sobborgo. Con i loro uffici e sportelli sembrano santuari del bene, rappresentato dal benessere apparentemente diffuso e dalla sua ineluttabilità, garantita dalla democrazia di governo e dalla possibilità di preservarsi, pagando un obolo, da qualsivoglia rischio della vita.

E mercato, ovunque mercato. Un mercato che in ogni settore deve crescere costantemente, inesorabilmente per riuscire a fornire benessere a tutti, si dice, malgrado, da alcuni anni, le annunciate crisi economiche, i debiti pubblici, caratterizzati da deficit la cui entità sembra impronunciabile oltre che inimmaginabile ad ogni onesto, normalissimo abitante di quest’Europa moderna, impongano, affermano i governanti, tagli drastici alla spesa pubblica: 

blocco delle retribuzioni, risparmi nei servizi, anche primari, dedicati ai cittadini, nonostante la contribuzione fiscale diretta ed indiretta sia sempre più elevata per il singolo lavoratore.

Meno previdenza, scuola, sanità, cultura, servizi. La colpa è nei giorni pari attribuita all’incremento demografico, al prolungamento della vita media delle persone, ma in quelli dispari si dice che siamo in flessione demografica, che aumentano i suicidi e mentre sottoscriviamo in banca o in assicurazione pacchi di carte che tutelano la nostra privacy, un fisco invasivo, incurante delle norme a fondamento del nostro diritto privato, con un click sulla tastiera dell’ultimo dei terminali dell’ufficio esattoriale, può rivelare l’entità del nostro conto corrente bancario e disporne il sequestro.

E’ evidente, anche al più distratto dei cittadini, che qualcosa non si raccorda in termini di congruenza, tra ciò che viene detto e quanto viene fatto in termini di norme dai nostri governanti. Presi in fallo, dichiarano che le disposizioni emanate dipendono da dettami europei, imposizioni ineluttabili, create per il nostro benessere, ispirate da elevate valutazioni scaturite da esperti.

Che dire inoltre dei salvifici e tempestivi provvedimenti, per riassicurare ai cittadini i livelli di vita e benessere personale raggiunti:

piani economici del Fondo monetario internazionale, della Banca centrale europea, che impongono ai governi dei Paesi considerati indebitati, tagli alle spese per lo stato sociale. Contrazioni significative di quelle spese, che negli anni ’70 e ’80 erano state ritenute fondamentali per uno stato moderno e democratico ed avevano equiparato, dopo annosi conflitti sociali e sindacali, le condizioni degli stati dell’ovest a quelli, poverelli, che stavano all’est.

Già, all’est. Nei Paesi dell’est, privi di libertà, i cittadini non avevano necessità di pagare polizze di assicurazione e fondi pensione per garantirsi la vita presente e futura, né di cercare per anni un lavoro pertinente alla propria qualifica, conforme alle proprie capacità, in grado quindi di far esprimere al meglio la voglia di lavorare, sottraendo molti dalla necessità di asservirsi, preservandone la dignità. Tutto, dalla casa alla scuola era reso come servizio al cittadino, fornito in misura conforme alle risorse economiche disponibili nello stato.

Ma nulla d’umano è perfetto e quel modello di vita, provvido per alcuni aspetti fondamentali della vita, negli anni, anni tristi di lenta ricostruzione post-bellica, priva dell’apporto dei ricchi piani Marshall concessi ai Paesi dell’ovest Europa, da un’interessata finanza USA, arricchitasi con l’impulso economico fornito alla propria industria dal secondo conflitto mondiale, non fu immune dai difetti derivanti dall’intorpidimento ideale della politica, dalla staticità delle leggi da essa prodotte e per conseguenza dal rallentamento dell’evoluzione naturale della società civile.

Crollato il muro, il liberismo economico è stato assunto a modello di vita in tutta Europa e l’adozione dell’euro, creato prima delle leggi di interrelazione tra le consuetudini di vita dei cittadini, è stata tenuta abilmente a freno solo per salvaguardare i vantaggi offerti all’industria, dai livelli salariali più bassi praticati in alcuni Paesi del vecchio continente.

Con l’avvento dell’euro, in Italia si è riusciti nell’ impresa di far aumentare del doppio, nel giro di pochi mesi, il prezzo di un caffè e con esso di beni e servizi primari, mentre a Praga una lavatrice ha proseguito a costare il doppio che a Milano, per anni.

L’abilità nella costruzione delle moneta unica è stata l’espropriazione agli stati coinvolti, del diritto di battere moneta, livellando il prezzo dei beni prodotti in ognuno di essi, nell’intento di assicurare il più alto profitto ai grandi produttori di merci: quelli internazionali.

Anche noi in Italia, ci siamo prodigati per far divenire alcune delle nostre aziende private, grandi gruppi internazionali, motivandone lo sforzo, sostenuto sotto varia forma dal denaro pubblico, con la necessità e l’orgoglio di avere aziende italiane nel gotha del contesto economico mondiale, anche a garanzia dei posti lavoro e della benefica ricaduta sull’indotto nazionale.

Oggi i media, quando pongono in luce l’antieuropeismo diffuso tra i cittadini dei vari stati membri, si riferiscono sempre al proseguimento del disegno di coesione politica e sociale, mai a quello monetario, la cui interruzione equivarrebbe ad una catastrofe epocale, paragonabile al diluvio universale. Ma i giornali che leggiamo sono tutti, direttamente o indirettamente di proprietà di enti finanziari. Società, che detengono ben salde le redini dell’informazione, pagata dai cittadini non solo mediante il prezzo corrisposto per l’acquisto dello stampato, ma con i cospicui contributi offerti, per legge, dallo stato agli editori, affinché la stampa sia libera da condizionamenti di parte.

Una democrazia senza stampa libera, equivale ad uno storpio che pensi di correre per vincere la maratona olimpica. Nel nostro consesso sociale, moderno, organizzato, specialistico, ognuno delega necessariamente ad altri alcune funzioni e servizi. Ai politici, mediante il voto è delegata la facoltà di governare ed i giornalisti di settore, attraverso l’osservazione diretta del loro operato, ne rendono pubbliche le azioni. Quelle finalizzate all’interesse collettivo, per la creazione di norme e piani utili al miglioramento della vita delle persone amministrate. Se questa funzione manca o è parzialmente assolta o, peggio, svolta travisando e ignorando deliberatamente alcune iniziative pubbliche, la democrazia è invalida. Il cittadino non può passare il tempo a costituire comitati, richiedere referendum, controllare i conti correnti dei politici e quant’altro lo tuteli per la correttezza del loro operato. La democrazia, in nome della quale le leggi vengono promulgate, di fatto, non esiste e le conseguenze negative per la vita delle persone non tarderanno a manifestarsi.

La crescita economica, nelle relazioni dei nostri politici è un assioma. Un dogma ineluttabile della nostra società moderna, ma da anni essa non ha più quella visibilità diffusa e soprattutto quegli effetti reali sulla vita del numero più ampio di cittadini, che le politiche e le iniziative economiche attuate dai governi continuano asseritamente a perseguire.

Gli italiani in particolare, vivono da anni come gli abitanti di un grande bel palazzo del centro storico. Un bel palazzo che era in ottimo stato di conservazione, con appartamenti confortevoli, belle terrazze, porte e finestre in perfetta efficienza, ma ai quali si è detto che debbono essere fatti interventi radicali nel loro stesso interesse. Lavori alla staticità dell’immobile, agli infissi, alle facciate, agli impianti. E così essi vivono da anni in questo cantiere, ormai permanente, pagando le pesanti rate dell’avanzamento lavori, sopportando i rumori diuturni dei martelli pneumatici, la polvere ed i disagi connessi. Taluni, abitanti i piani inferiori, constatando come le interruzioni dei servizi colpiscano solo i loro appartamenti, mentre gli inquilini dei piani superiori ottengono nuovi bagni, infissi, pavimenti e quant’altro, tutto pagato con il denaro comune, poiché le spese, si è detto, saranno equamente suddivise, sono perplessi. Restano comunque soddisfatti dalle rassicurazioni che ricevono saltuariamente dal direttore dei lavori, lusingati nel pensare di poter abitare, un giorno, in una struttura d’avanguardia. Gli viene spesso sottolineato come l’esecuzione di questi interventi fosse ineluttabile e sia stata attuata nel loro stesso interesse. Basterebbe poca attenzione per accorgersi però, che nonostante le motivazioni, le rassicurazioni e le giustificazioni, è l’immagine stessa della struttura a subire grandi variazioni: intere facciate di pregio architettonico sono abbattute, senza chiedere il permesso a nessuno, per essere sostituite con inutili e banali vetrate, sicuramente più luminose, ma soffocanti per la loro inamovibilità.

Non è un mistero infatti che la Costituzione italiana ed il Parlamento stesso siano stati modificati l’una nella propria essenza, l’altro nella consistenza numerica, eludendo il necessario dibattito pubblico, prima che parlamentare. Senza aggiungere che dopo una singolare campagna elettorale, che ha visto nascere il partito dei dilettanti, accolti con fiducia da un quarto degli elettori ed un gran battage giornalistico sulla moralizzazione delle loro minute spese personali, il massimo consesso politico della nazione sia divenuto ancora più povero di valori e temi di discussione per la crescita ed il benessere del Paese.

Tuttavia, pur nella carenza cronica di lavoro, nell’incremento esponenziale della disoccupazione giovanile, nelle difficoltà economiche crescenti per le famiglie a gestire il proprio budget economico, nella sterilità diffusa dei rapporti interpersonali e tra i sessi, nonostante il conseguente allarmante incremento dell’uso di psicofarmaci, da parte di persone di tutte le età, rimane tendenzialmente sempre elevata la propensione all’acquisto reiterato di beni e oggetti, spesso inutili e qualitativamente scarsi. Attività di prevalente compensazione psicologica, all’assenza di autentica soddisfazione nel proprio fare quotidiano, attuata investendo spesso risorse economiche distolte a necessità contingenti, mediante la provvidenziale pratica del credito al consumo, colonna portante della statistiche nazionali di crescita economica.

E’ su questa tendenza, che evidenzia una volontà asfittica di progettualità e valore intrinseco, che si fondano i progetti di crescita di un’economia “dosata con il bilancino”, lontana anni luce dai dichiarati propositi di crescita funzionali al benessere dei cittadini, finalizzata a sviluppare gli interessi dei grandi gruppi industriali, padroni oltre che dei giornali, dei governi degli stati, “del sistema” nella sua interezza, persone incluse.

Sono trascorsi alcuni lustri dalla caduta del muro, dalla vittoria dell’economia di mercato, rispetto alla materializzazione di un modello che la respingeva e, si è detto che le ideologie hanno fatto il loro tempo, scacciate dalla forza della globalizzazione e delle migrazioni, peraltro oggi indotte, da guerre artificiosamente provocate, come gli avvenimenti in medio oriente hanno dimostrato.

Come spesso è accaduto nella storia anche recente, variabili imponderate, ma assolutamente prevedibili per menti non afflitte dalla bramosia di potere e guadagno, stanno dimostrando come valori fondamentali per l’uomo, elementi della sua natura che stanno all’opposto dei sentimenti in esso più retrivi, siano nuovamente all’opera. Visioni, opposte alla cupidigia, alla prepotenza, all’arroganza di chi ritiene d’essere primo e superiore agli altri uomini, per qualsivoglia sua illusoria motivazione.

Gli ideali, i fondamenti di questa vecchia Europa, che unita alla Russia in quell’Eurasia, ricca di pensiero e di cultura, che si è spesso combattuta, artatamente sommossa da interessi mercantilistici che non le appartengono per tradizione, potrebbe divenire il continente di riferimento per un’umanità effettivamente tesa ad una crescita interiore ed al benessere psicofisico, stanno riemergendo. Stanno ritrovando sostegno nella rinata forza militare russa, che per la sua stessa presenza ripropone quell’equilibrio degli opposti, che in natura regge il pianeta, permettendo la vita agli esseri che lo popolano.  

Dopo lustri di nebbia del pensiero, provocata con ogni mezzo in giovani e vecchi, utilizzando musica ed arte, sport ed istruzione, droghe e mode, elevando la sola crescita economica ad obiettivo primario della vita di ogni stato ed il lavoro ad ineluttabile, ambito, strumento per il suo raggiungimento, la fine della fine delle ideologie, inconsapevolmente dissotterrata dall’arroganza del capitale, riporterà al centro dell’interesse degli uomini il senso della propria esistenza.

A cosa servono beni e mezzi prodotti a migliaia dalle industrie se non a migliorare la qualità della vita delle persone, ad alleviarne le fatiche, a rendere più tempo disponibile per affinare se stessi nell’intento di far beneficiare ciascuno di una vita migliore?

Non certo all’incremento del PIL, né alla flessione dello spread, tutte invenzioni peraltro lacunose dell’economia, eretta a nuova religione dell’umanità moderna.

L’uomo ha nel lavoro la realizzazione delle proprie capacità e nella moderna società trae da esso sostentamento, ma ciò deve e può essere nel rispetto delle sue attitudini, dei suoi limiti fisici e mentali.

Che senso ha costringere persone anziane e stanche alla permanenza al lavoro e privarne giovani pieni di energia e voglia di fare? Certo l’esperienza ha un suo valore e la professionalità è acquisita nel tempo, ma ciò nulla a che fare con l’odierna organizzazione del lavoro e con le leggi recentemente emanate sulle pensioni.

Una nazione che si fonda sul lavoro e lo rende accessibile a tutti, interagendo con le altre nella spontanea dinamica dell’interscambio commerciale, non potrà mai fallire, a meno che le donne cessino di partorire e quindi, avrà sempre denaro per sostenere il proprio stato sociale. Welfare, in questo inglese onnipresente ma riduttivo nelle espressioni più profonde, che significa democrazia vera, manifestazione di autentico benessere perché influente sulle condizioni psicofisiche delle persone, non afflitte dalla preoccupazione del quotidiano, precario incedere, sopraffatto dall’ingordigia e dalle fraudolente furbizie altrui. Considerazione effettiva per i più deboli o gli sfortunati, in una parola: progresso civile.

E’ questa l’unica crescita, quella in grado di procurare benessere diffuso, consapevole di non poter essere perfetta perché è l’uomo a non esserlo, ma in grado di creare una società migliore per la qualità della vita e per il futuro del pianeta.

 

Stefano Radi          

 

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