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L’Italia renziana rottama, ma poi torna alla Prima Repubblica

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L’Italia renziana rottama, ma poi torna alla Prima Repubblica

È proprio uno strano Paese, l’Italia. Il suo motto potrebbe essere “Tutto cambia affinché nulla cambi”: non esiste sintesi migliore di questa per giudicare la convulsa cronaca politica degli ultimi tempi.

In un batter d’occhio il premier Renzi è infatti riuscito ad archiviare la rottamazione nel proprio partito, pur di ricompattarne le fila, a far eleggere Presidente un sepolcro imbiancato della Prima Repubblica per suicidare un centrodestra ancora in cerca d’autore, a riportare le lancette dell’orologio all’Italia delle mazzette facili con la proposta di reintrodurre il Ministero del Mezzogiorno.

Insomma, il vento dell’antipolitica spira forte contro l’odiata casta degli intoccabili, ma di effetti non se ne vede neanche l’ombra, se il leader del Partito Democratico può fare tutto questo nell’indifferenza generale.

L’antipolitica è un genere che funziona bene in libreria, ma poco in piazza o in cabina elettorale. Nel Belpaese la protesta si ferma al bar alla in fila in posta, al massimo a una cena per ravvivare la conversazione. Ma da qui a generare una qualche forma di reazione organizzata ce ne vuole ancora molta di energia, e soprattutto di coerenza.

E pensare che l’intemerata di cambiare targhetta al Ministero degli Affari regionali rinominandolo Ministero del Mezzogiorno pareva possedere tutti gli ingredienti per risvegliare il fastidio degli italiani verso un certo tipo di politica: proprio quella che Renzi millantava di aver “rottamato”. Chissà che cosa è cambiato in lui da settembre, quando diceva: C’è una parte di esperti, cresciuta all’ombra della prima repubblica, che non ha anticipato la crisi e ora ci spiega che gli 80 euro sono un errore. Ma non accettiamo lezioni . Miracoli della realpolitik.

Eppure la Cassa del Mezzogiorno, poi Agensud, poi Agenzia per la Coesione dovrebbe essere ancora viva nella memoria degli italiani con i suoi 279.763 miliardi di lire (140 miliardi di euro) di sprechi e di politiche fasulle. Oggi mancano personaggi alla Luigi Spaventa, che sulla Repubblica nel 2009 ricordava a quei politici che riaccendevano l’argomento che la frase Il Mezzogiorno è una questione nazionale, per affrontare la quale serve un intervento straordinario rappresentasse un già sentito dire, e anche molto vecchio.

Mancano i commentatori con la schiena dritta, spariti del tutto ora che Renzi ha imbarcato la vittoria quirinalizia. Il nuovo macchiavellico principe, pardon premier, ricalca con la sua proposta quella richiesta di New Deal rooseveltiano già trita e ritrita e più volte utilizzata per giustificare l’esborso di grandi somme con l’unico obiettivo di acquistare il bacino elettorale delle regioni più deboli d’Italia.

Nell’era dell’informazione Renzi accompagnerà l’idea di un dicastero del Sud con un bel tour-passerella tra le imprese del Meridione. Peccato che la “crociera” del premier sarà extra-lusso, tanto che la prima tappa sarà a Melfi, cioè una delle poche note positive da Roma in giù. E c’è da scommettere che il premier giocherà sempre in casa, evitando scientemente i luoghi dove davvero l’Italia arranca ancora nelle pastoie della Prima Repubblica. È passato inosservato anche come i nomi ricorrenti per il nuovo dicastero siano quello di Anna Finocchiaro, uscita perdente dalla corsa per il Colle e innominabile per la Consulta, e quelli delle giovani parlamentari piddine che difficilmente potranno avere successo in un incarico dove hanno fallito tutti, compreso lo stesso Renzi che fino a ieri deteneva, in condominio col suo pupillo Del Rio, le deleghe al Sud.

Eppure è palese come il premier stia giocando solo una vigliacca partita elettorale, come denunciato dall’onorevole Di Maio: da una parte il Governo annuncia attenzione per un’area depressa del Paese, dall’altra taglia 9,7 milioni di euro col decreto Milleproroghe per la sorveglianza della Terra dei Fuochi, simbolo del degrado della Campania, dove ci si prende il tumore per i rifiuti tossici interrati nella zona. Rilanciare le regioni meridionali è un compito da far tremare i polsi.

Sicuramente per Renzi la ricetta del mordi e fuggi non pagherà, ci sono i dati a testimoniarlo: Ivan Lo Bello, già presidente di Confindustria in Sicilia, denunciò in un editoriale pubblicato dal Sole24Ore i danni di quello che lui stesso soprannominò meridionalismo quantitativo, in cui vigeva un sistema clientelare senza risorse dove il principale ostacolo alla crescita economica e civile della Sicilia e del Sud è una coalizione della rendita. Una coalizione che si è fatta grande perché si è sempre parlato in termini di quantità di miliardi ottenuti e negati.

Il progetto di Renzi per ora ha proprio questo odore di muffa e di marcio, e siamo pronti a ritrattare se la storia ci darà torto. Ma in Italia non accade spesso.

 

 

Fonte: http://italian.ruvr.ru/

 

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