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La nuova aristocrazia

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La nuova aristocrazia

Nel consueto silenzio generale della nostra stampa, riservato alle notizie che infondono cambiamenti indesiderati nella quotidianità, sta per essere sottoscritto tra USA e UE, il trattato TTIP.

 

Nell’ennesima inutile sigla è riassunta la titolazione di un piano, già approvato dagli apparati politici di Bruxelles, che mira a modificare gli standard europei, conciliandoli con quelli americani, in materia di politica commerciale.

Con l’accordo TTIP, il cui testo è stato scritto e perfezionato nella forma finale  da “tecnici” indicati dalle principali aziende che fanno lobby, sottraendone la composizione al logico e necessario dibattito parlamentare europeo, è concesso alle imprese il diritto di difendere i propri interessi in “arbitrati privati”, che saranno indipendenti dalle rispettive istituzioni nazionali (giustizia).

Ai parlamentari europei, eletti e pagati dai cittadini, è stato permesso di visionare il testo finale della procedura approntata, solo dopo averne fatta richiesta e aver dichiarato di non diffonderne i contenuti. Per somma grazia è stato anche concesso di avere una matita ed un foglio di carta per farvi inutili annotazioni. 

Per quanto riguarda la situazione italiana, dopo un ventennio di adulazione della figura dell’imprenditore, dopo un triennio di affossamento dell’iniziativa imprenditoriale tipicamente nostrana, fatta di piccole imprese dinamiche, bistrattate dal fisco e dalle banche, per le sopravvissute si apre una nuova fase. Se saranno obbedienti verso le linee guida dettate dalle proprie associazioni e sottoassociazioni di categoria, potranno beneficiare dello status di “premimenti” nella società, ovvero, l’essere azienda e con essa la sua proprietà, fornirà una condizione di privilegio “di fatto” rispetto al comune cittadino, per il quale avrà valore la giustizia ordinaria, le cui norme sono redatte dai politici incompetenti.

In questi giorni a Colonia si svolge ANUGA,  fiera internazionale dell’alimentazione con cadenza biennale. A questa kermesse partecipano espositori provenienti da tutto il mondo, poiché pur svolgendosi in Germania essa è un luogo d’incontro per il business alimentare planetario.

Nel corso di una conferenza pubblica, sul tema TTIP, molto sentito dai consumatori tedeschi, sono stati presentati da alcuni eminenti esponenti politici, alcuni dati relativi  al volume degli scambi commerciali in tema alimentare, ovvero di un settore effettivamente preminente per la vita delle persone. Nell’ambito di questo studio, che si basa su dati consolidati riferiti al 2013, ultimo anno ad oggi disponibile, l’Italia risulta al 10° posto, preceduta da nazioni molto più piccole per superficie e con una tradizione alimentare non certamente d’eccellenza.

Il totale del business mondiale alimentare (2013) è stato di 1.457 miliardi di dollari USA e l’Italia ha sviluppato il 2,9% di questo volume finanziario.

Ma i nostri giornali economici non scrivono spesso, prontamente seguiti dall’altra stampa che il made in Italy alimentare è tra i primi al mondo? Che la nostra industria alimentare esporta sin nei più reconditi ambiti del pianeta, che le nostre eccellenze alimentari sono tra le prime al mondo, per questa ragione emulate nel nome?

Forse i redattori non leggono i dati disponibili e fanno annunci funzionali solo alla considerazione pubblica dei politici e delle grandi aziende alimentari, molte delle quali peraltro oggi in mani straniere.

Infatti, gli USA sono al primo posto con il 9,7% della “tortina” da 1457 mld. di $; la piccola Olanda, che comunemente si ritiene produca solo patate fritte è al secondo posto con il 6,4%; la grande Germania la cui prerogativa non è però costituita dalle doti culinarie, occupa il terzo con il 5,9%; il Brasile per il quale sarebbe interessante porre una domanda a molti lettori, su quali siano le doti produttive alimentari, è al quarto con il 5,6%; la grande Francia è solo al 5°, con il 5,2%. Seguono nell’ordine Cina al 4,1, Spagna al 3,3, Canada al 3,2,il piccolo Belgio al 3% e finalmente la “stella alimentare”Italia, che precede Argentina al 2,8 e India al 2,6%.

Oggi la gran parte del cibo consumata dalle persone del mondo “evoluto” è prodotta industrialmente, se non direttamente, attraverso processi di allevamento, coltivazione, conservazione e trasformazione parziale. Anche il pane, il comunissimo e semplicissimo pane è sempre più un prodotto “pronto” all’origine. Dell’arte del panettiere resta ben poco, mentre si specializza sempre più la sua conoscenza dei macchinari per la lievitazione e la cottura.

Si dice che siano le abitudini di vita a richiedere tecniche diverse, per aumentare sempre più i tempi di conservazione degli alimenti, garantendo nel contempo la loro freschezza e sapidità originale. Ci sono persone che stivano in imponenti freezer ogni tipo di pietanza, per poterla predisporre a piacimento, dato che la loro preparazione richiederebbe tempo e soprattutto arte, capacità che oggi è sempre più una rarità hobbistica riservata al sabato sera con gli amici.

Ciò che ne risente è la salute. Qualsiasi giornale è prodigo in consigli sull’alimentazione, sulla sua salubrità e soprattutto sulle diete da adottare rispetto alla valenza nutrizionale di un alimento rispetto ad un altro. Ma nemmeno la frutta e la verdura si sottraggono oggi alla manipolazione industriale.

Profumi, aromi, sapori noti a persone di mezza età, sono ignoti a giovani abitanti di città, abituati ad una “cucina giovane e dinamica ad alto coefficiente nutritivo e salutare”. Per non parlare della ristorazione, sovente declassata a mensa d’ultimo ordine, dove per ragioni di tempo e denaro, moltissimi consumano pasti nei quali l’intromissione a vario titolo della chimica è totale, con conseguenze evidenti per la salute.

In questo quadro intervengono solerti e salvifiche le normative europee, con le nuove prescrizioni e certificazioni di processo a cui si debbono attenere i produttori, per poter divenire fornitori delle grandi catene alimentari e per non incorrere negli strali degli organismi di vigilanza. Tutto a tutela dei consumatori.

Peccato che queste prescrizioni siano scritte dalle penne di “esperti” delle stesse aziende produttrici, legittimamente impegnate ad accrescere i rispettivi utili aziendali.

Peccato che la politica, neutralizzata dal clientelismo e da una ridda di trattati ad hoc, non possa far valere gli autentici interessi per la salute dei cittadini.

Peccato che i consumatori, di un frutto osservino solo la buccia, di una pietanza considerino il breve tempo di preparazione e di un ristorante l’attraenza dell’arredo.

E’ su questa “distrazione”, che pone affidamento la nuova aristocrazia, per incrementare il proprio ingente profitto.

 

Stefano Radi

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