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L’oro degli italiani

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L’oro degli italiani

Nulla meglio di questo articolo di Ida Magli, può descrivere nell’assordante silenzio dei media, l’abile espropriazione attuata mediante il decreto legge 133 del 23 dicembre appena trascorso. Buon panettone a tutti.

 

Il 23 dicembre scorso, antivigilia di Natale, mentre il popolo italico era assorto nelle spese natalizie, il Consiglio d’Amministrazione della Banca d’Italia si è definitivamente assegnato le riserve auree della banca. Dopo l’espropriazione del diritto di battere moneta, operata già anni or sono, ecco, nel silenzio mediatico totale, l’ultimo atto della vicenda.

Va rammentato, che le riserve auree italiane erano le terze del mondo dopo quelle di USA e Germania (oltreché di Banca Mondiale, alle quali però contribuisce anche l’Italia).

GRAZIE AL DECRETO LEGGE 133 DEL 27 NOVEMBRE SCORSO, In totale sordina, come sempre accade in questi casi, si è svolta l’operazione che ha smantellato definitivamente la nostra banca centrale!

Come spesso accade – e non è un caso – i fatti importanti si svolgono senza clamore mediatico, anzi proprio in sordina. È il caso della convocazione dell’Assemblea straordinaria di Bankitalia, che ha segnato il passaggio epocale con il disegno di una

nuova governance e la rivalutazione delle quote detenute dalle banche, oltre alla modifica dello Statuto che accompagna il passaggio.

Il seguente articolo di Giovanni Passali, tratto da "Il Sussidiario" del 1 dicembre, spiegava bene la situazione, con esempi numerici: leggi qui

"In queste giornate tormentate da un punto di vista politico, una notizia della massima gravità è passata senza che alcuno l’abbia commentata a dovere. Si tratta di una norma contenuta all’interno della finanziaria, una norma che dà il via libera alla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia. Poiché attualmente il capitale sociale di bankitalia è di appena 156 mila euro ed è detenuto al 95% dalle banche italiane (con la bizzarra eccezione della banca di San Marino) l’intento nobile è quello di fornire un po’ di ossigeno ai disastrati bilanci delle banche a costo zero, con una semplice scrittura contabile. E già qui viene il primo sospetto: possibile che ci sia un modo praticamente gratis di migliorare i bilanci delle banche? Possibile che sia un‘operazione dove non ci perde nessuno?

MA COME MAI IL CAPITALE SOCIALE DELLA BANCA D’ITALIA è DI APPENA 156MILA EURO, CIOE’ UN VALORE INSIGNIFICANTE RISPETTO AL REALE VALORE DELL'ORO DETENUTO E DEI VARI IMMOBILI? La motivazione è semplice: tale capitale non ha il compito di rispecchiare il reale valore di Bankitalia e dei suoi asset, ma e’ meramente simbolico e ha avuto solo il compito di essere il punto di riferimento per la suddivisione delle quote dei “partecipanti al capitale” della Banca d’Italia, che, ripetiamo, sono in mano a tutte le maggiori banche italiane, come si vede dal documento sul sito ufficiale!

E come mai le banche italiane sono azioniste dell’istituzione pubblica che dovrebbe controllarle? Non è un conflitto d’interessi? (es: Come mai Bankitalia non si è accorta di nulla riguardo a MPS?) Da ricordare che fino al 2007 lo statuto di Bankitalia, all'art.3, prevedeva che le quote fossero in maggioranza in mano pubblica, e che i soggetti privati che ne detenevano qualche quota non potessero cederle ad altri soggetti privati!

Anomalia italiana…!

Ma nel 2006 arrivò Mario Draghi, che a pochi mesi dalla sua nomina a Governatore indisse un’assemblea straordinaria per modificare lo statuto all’articolo 3 e cancellare la frase che assicurava “LA PERMANENZA DELLA PARTECIPAZIONE MAGGIORITARIA AL CAPITALE DELLA BANCA DA PARTE DI ENTI PUBBLICI”.

(A dir la verità, a sanare la situazione ci aveva provato anche il Ministro Tremonti, che alla fine del 2005 aveva fatto approvare una legge per far tornare la proprietà in mano allo Stato, previa l’approvazione entro tre anni di un regolamento per il passaggio delle quote; ma nel 2006 il centrodestra perse le elezioni e i tre anni passarono senza che tale regolamento vedesse mai la luce)!

Alla scadenza dei tre anni tuttavia un articolo dell’allora rettore della Bocconi Guido Tabellini riapri la questione. L’articolo è ancora oggi di grande interesse, poiché l’autore non è certo imputabile di teorie eterodosse e gli argomenti affrontati sono di straordinaria attualità. Vi scrive apertamente che: “…il patrimonio della Banca centrale è frutto del signoraggio passato e appartiene a tutti i cittadini; non può certo essere riconosciuto alle banche azioniste” “Quanto all’assetto proprietario della banca centrale, è possibile ridefinirlo senza trasferire alcuna quota… basta fare un aumento di capitale della banca d’Italia interamente sottoscritto dallo Stato o da un ente pubblico. Le quote possedute dagli azionisti privati sarebbero diluite e la proprietà sarebbe di fatto trasferita allo Stato”.

Questa proposta di Tabellini è da condividere totalmente. Con un capitale di soli 156 mila euro, allo Stato basterebbe impiegare la modesta somma di 10 milioni di euro (per esempio) per ridurre la partecipazione al capitale delle banche a una percentuale complessiva dell’1,56%!

Ora invece, questa è la cosa gravissima che sta accadendo, nel silenzio generale, con l’attuale finanziaria: il governo sta prendendo la strada esattamente opposta.

La soluzione di far rivalutare il capitale di Bankitalia allo scopo di adeguarlo al suo valore attuale rende le quote di tale capitale non solo rappresentative della partecipazione al capitale, ma rappresentative pure del valore reale di BANKITALIA. In altre parole, con una mossa apparentemente innocente, questo diventa il primo passo per trasferire il valore di Bankitalia dallo Stato, cioè da tutti noi, alle banche in questione!

Si tratta di un’azione della massima gravità, che comporta pure delle conseguenze gravi. Una di queste è la redistribuzione degli utili del signoraggio, a norma dello Statuto.

Secondo tale norma, la redistribuzione dei dividendi deve avvenire su decisione del Consiglio Superiore (eletto dai “partecipanti al capitale”, cioè dalle banche) “per un importo fino al 6% del capitale” e poi “può essere distribuito ai partecipanti a integrazione del dividendo, un ulteriore importo non eccedente il 4% del capitale” (art. 39 dello statuto).

Quindi:

un totale massimo del 10% del capitale!

Finché il capitale è di 156 mila euro, tale 10% corrisponde a 15.600 euro. Ma con una rivalutazione del capitale, se questo diventa, poniamo, di 20 miliardi, allora il 10% vale 2 miliardi ! Ora facciamo una possibile proiezioni di quanto potrebbe accadere prendendo i risultati finanziari del 2012. Ecco la tabellina finale a pagina 200 del bilancio: 

Utile netto dell’esercizio 2.501.125.966

Riserva ordinaria (20%) 500.225.193

Ai partecipanti (6% del capitale) 9.360

Riserva straordinaria (20%) 500.225.193

Ai partecipanti (4% del capitale) 6.240

Allo Stato il residuo 1.500.659.980

E ora facciamo un’ipotesi con il nuovo regime (capitale a 20 miliardi):

Utile netto dell’esercizio 2.501.125.966

Riserva ordinaria (20%) 500.225.193

Ai partecipanti (6% del capitale) 1.200.000.000

Riserva straordinaria (20%) 0

Ai partecipanti (4% del capitale) 800.000.000

Allo Stato il residuo 900.773

Quindi, anche rinunciando completamente alla riserva straordinaria, le banche intascherebbero ogni anno un bel gruzzolo di denaro guadagnato sul potere della nostra banca centrale di creare denaro dal nulla, mentre allo Stato rimarrebbero le briciole. Quindi si tratta di una manovra economicamente suicida per i conti già disastrati dello Stato. Ma, fatto ancora più grave, si tratta di un furto ai danni della popolazione italiana.

UN FURTO MORALE E DI FATTO, MA NON DI DIRITTO. Perché tutto si svolgerà nel pieno rispetto delle leggi vigenti. Ma temo che il furto non si fermi qui. La valutazione di 20 miliardi del prof. Tabellini è del 2006. Oggi possiamo leggere nel bilancio della banca d’italia la valutazione delle sue riserve di oro, pari a oltre 83 miliardi di euro. E poi tutto il patrimonio immobiliare. Che sia questo il vero bersaglio, insieme alla rovina dello Stato?

(Giovanni Passali 1 dicembre 2013)

Certo, le riserve auree erano già di proprietà delle banche private, indipendentemente dal valore del capitale sociale, anche se noi continuavamo a chiamarle le "nostre" riserve auree, erano scivolate nelle mani dei privati con la mitica privatizzazione delle tre banche di interesse nazionale (Banco di Roma, Credito italiano e Banca Commerciale italiana: oggi Unicredit e Banca Intesa) che detenevano la maggioranza delle quote di Bankitalia.

Ma finora Bankitalia si limitava a:

- impossessarsi (passività inestinguibile) di tutto il circolante cartaceo!

- distribuire agli azionisti uno 0,50% delle riserve (60/70 milioni di euro l'anno)

- e, siccome in Bankitalia il capitale sociale, all'arrivo dell'euro, era ancora di 300 milioni di vecchie lire = 156.000 euro, e per Statuto gli utili sono al massimo il 10% (6%+4%) del capitale sociale, a distribuire la cifra simbolica di 15.600 euro l'anno di utili!

Adesso con le rivalutazioni delle quote,

- daranno subito un tot allo Stato come tassazione della rivalutazione,

- ma poi potranno distribuire il 6% delle nuove quote (+un altro 4%, stando all'art.39 del loro Statuto).

I tecnici hanno stimato il valore delle quote tra i 5 e i 7,5 miliardi di euro, Saccomanni con il decreto legge 133 ha preso il valore massimo (v "Disposizioni urgenti concernenti l’IMU, l’alienazione di immobili pubblici e la Banca d’Italia".... URGENTI, capito? Con due sole righe di decreto-legge hanno regalato un reddito di centinaia e centinaia di milioni l'anno), quindi ci saranno distribuzioni annuali dell'ordine dei 450-750 milioni di euro. Pàssali (accento sulla prima "a") nel suo esempio parla di 20 miliardi di capitale, ma una volta capito il giochetto, lo potranno alzare fino a divorare tutti gli utili senza lasciare nulla allo Stato e senza nemmeno toccare lo Statuto!!!

A proposito, nessuno ricorda che Berlusconi-Tremonti avevano fatto il passo inverso: legge 262 del 2005 con cui Tremonti tentò il passaggio allo Stato, stabilendo che:

"Con regolamento da adottare ai sensi dell’articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici."

Bloccare la legge del 2005 è del resto uno degli scopi espliciti della rivalutazione del capitale sociale, che così ingloberà ufficialmente oltre che di fatto, le riserve auree. Lo dice il sito di Bankitalia:

"[....] In secondo luogo, occorre evitare che si dispieghino gli effetti negativi della legge n. 262 del 2005, mai attuata, che contempla un possibile trasferimento allo Stato della proprietà del capitale della Banca. L’equilibrio che per anni ha assicurato l’indipendenza dell’Istituto, preservandone la capacità di resistere alle pressioni politiche, non va alterato."

Oggi il tenore beffardo di quel "resistere alle pressioni politiche" che serviva a giustificare il trasferimento del potere di battere moneta dallo Stato a una "banca centrale è del tutto chiaro.

MA C'E' DELL'ALTRO: IL DL impone un tetto del 5% alle quote detenibili da un unico soggetto, oltre il quale non si ha ulteriore diritto di voto. Così circa la metà delle quote sarà prevedibilmente messa sul mercato e potranno andare - lo dice il decreto di Saccomanni - anche fuori dall'Italia. Il limite geografico è stabilito nel perimetro dell'Eurozona. Se il pensiero corre alla Deutschebank è del tutto giustificato.

Sul decreto legge di privatizzazione di Saccomanni oltre a Enrico Letta, credo abbiano protestato solo i parlamentari di "Fratelli d'Italia".

Perché i maggiori giornali non ne hanno parlato?

Perché molti di loro sono proprietà delle banche o hanno consiglieri nei consigli di amministrazione delle stesse.

Ida Magli (Tratto da Italiani Liberi)

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