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Bruxelles burning

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Bruxelles burning

Difficile credere, anche per i più distratti osservatori, che a Bruxelles non sia andato in scena l’ultimo degli attentati organizzati, per fini molto distanti da quelli dichiarati, dai tempestivi attentatori del Daesh.

 

Nell’ultimo anno, nel mondo,  da Charlye Hebdo a Bruxelles, ci sono stati 304 attentati con 2904 morti. Senza contare le vittime delle tragedie aeree, procurate da indefinite ragioni, prestissimo silenziate dai media.

Per gli italiani, l’assonanza dei fatti con gli anni della strategia della tensione è evidente. Avvenimenti che solo in parte, oggi, a decenni di distanza dopo centinaia di processi, indagini e inchieste giornalistiche, hanno ottenuto una spiegazione seppure parziale dei fatti:

la volontà di mantenere in piedi governi proni alle esigenze politiche mondiali, ovvero agli interessi economici delle principali aziende del mondo, trincerate dietro alle leggi promulgate da esecutivi compiacenti, impegnati e mediare tra egoismi di pochi e legittimo interesse dei cittadini.

Nulla è cambiato, eccetto il fatto che dopo l’illusione di aver assoggettato tutto il mondo all’ideologia del produrre per comprare, dove il beneficio resta nella mani di chi organizza il gioco, si è giunti all’evidente consapevolezza che questo sport non possa continuare non nel lungo, ma nemmeno nel medio termine.

Si è scoperto anche che, nonostante gli sforzi profusi per modificare stili e prospettive di vita ad ogni latitudine e soprattutto ove vi siano masse ingenti di persone, ovvero di bestie da mercato, i risultati non offrano prospettive positive per il futuro dell’economia di mercato.

Si è per giunta compreso che l’uomo resta malauguratamente se stesso e che solo lo stordimento etico procurato dall’imbastardimento delle razze ed il melange degli aspetti marginali delle più disparate culture, può attenuarne le specificità culturali, radicate nella sua natura, prima che nella rispettiva cultura.

Nemmeno i governanti ed i funzionari più obbedienti e timorosi di perdere le proprie ambite prerogative sono più sufficienti a gestire popoli che, privati del valore delle proprie origini culturali, finalizzati a fruire del benessere imposto come ideale di vita, simbolo del proprio successo personale, rapidissimamente dimenticano ogni cosa, anche la più atroce e che quindi, come si premura di fare un padre attento ai propri figli, vengono richiamati all’attenzione verso i pericoli della vita, mediante l'evocazione continua di sciagure eclatanti.

Tutto quanto oggi è benessere, successo, ideale di vita potrebbe essere messo in forse da un nemico, feroce e risoluto, che per ragioni genericamente argomentate dai media, vorrebbe sottrarlo.

Così mentre dobbiamo accogliere in Europa milioni di fuggiaschi da guerre e novelle occupazioni coloniali nel Medio Oriente, ci dovremmo preoccupare di coloro, tra essi, che pongono a repentaglio la nostra vita con attentati nel mezzo della nostra ignara vita.

Dovremmo credere, ora che numerose inchieste giornalistiche, per quanto rese difficoltose dai governi dei rispettivi Paesi, ci abbiano dimostrato come Daesh sia un’invenzione delle multinazionali a guida USA, che hanno interessi nel petrolio e nel contenere lo sviluppo dei Paesi che si affacciano nel Mediterraneo, che gli accordi miliardari siglati nei giorni scorsi, con i nostri soldi, dai governanti europei con il governo turco, per trattenere la massa umana che si sta abbattendo da un anno in Europa saranno efficaci?

Dovremmo credere, dopo che filmati inequivocabili, dichiarazioni di persone coinvolte negli scambi commerciali tra governo turco e Daesh, hanno attestato come questa organizzazione militare, prima che terroristica, promossa direttamente dalle multinazionali con il beneplacito della più gettonata candidata alla Casa Bianca e di altri accoliti, faticosamente rimossi dai rispettivi importanti ruoli in seno al governo USA dal presidente in carica, sia la responsabile dello sconquasso politico, sociale ed umanitario che ha sconvolto quasi tutti i Paesi del nord Africa?

Dovremmo credere, che i bombardamenti svolti dall’aviazione saudita, ovvero da uno stato fantoccio delle multinazionali petrolifere, retto da una monarchia medioevale, che governa con leggi del tempo e che ignora non i diritti dei gay, ma quelli più elementari della donna, sia militarmente impegnato in raid aerei di stile USA, sullo Yemen, colpendo non l’esercito regolare, ma la popolazione civile, sia anch'esso impegnato nella lotta al terrorismo che ci minaccia  ora a casa nostra. Mentre analogamente, nell’Africa occidentale, ignoti attentatori, ben organizzati, frequentemente perpetrano attentati sanguinosi in danno dei civili, con lo scopo di alterare il sereno quadro di sviluppo di quelle nazioni? 

Dovremmo quindi credere che il signor Erdogan, il cui figlio è l’attivo manager della società che vende il petrolio trafugato dal Daesh nei Paesi occupati e con i proventi del quale, Isis  finanzia la propria milizia mercenaria, imbottita di dollari ed il suo sorridente primo ministro Davutoglu, sempre trattato a calorose pacche sulle spalle dal segretario della Nato Stoltenberg, il cui cognome è nel lessico italiano un programma, con il denaro  incassato dall’Europa, si farà premura di trattenere i fuggiaschi in procinto di raggiungere il vecchio continente?

E’ evidente l’affronto mosso dalla nostra grande stampa alle intelligenze, anche alle più distratte e assopite.

E’ impossibile non supporre che sia un modo pratico per fornire denaro a Daesh o Isis com’è chiamato in Italia, ora che la Russia ne ha ridimensionato l’attività in Siria, creando una letterale dismissione degli ingaggi tra i mercenari. Già, perché da che tempo è tempo, il mercenario combatte non per morire, ma per fruire del denaro che guadagna.

Inoltre, a corredo del fugace pensiero che muove l’osservatore più banalmente distratto, vien da chiedersi perché mai, così elevate risorse finanziarie, non siano state poste a disposizione della Grecia, dotata di una flotta e di un esercito assolutamente in grado di svolgere le stesse funzioni assolte da quello turco.

Tsipras appare più presentabile di Erdogan persino agli occhi prezzolati dei media nostrani ed inoltre alla Grecia quel denaro potrebbe fare comodo per alleviare la stretta sulla propria economia. Per non dire che la situazione di principale contingenza umanitaria è ora in atto nel territorio greco e non in quello turco.

Difficile anche in questo caso non pervenire a conclusioni totalmente opposte, a quelle diffuse dalla grande propaganda mediatica:

riflessioni che preoccupano e molto per il futuro, non dell’economia del capitale, della necessità del liberismo e del debito pubblico.

Evidenti visioni che guardano a nord, al Donbass, all’ammassamento di truppe USA in Polonia ed in Germania, dove è stata trasportata in queste settimane una terza brigata, che si aggiunge alle due già presenti ed inutili.

Inutili, poiché uno dei principali problemi del nostro governo e delle cancellerie europee è fronteggiare il crescente, non più contenibile malcontento delle  rispettive aziende, da anni positivamente coinvolte in affari con la Russia, bisognosa di semilavorati e prodotti freschi. Una nazione non certo in grado di accampare mire espansionistiche, visto che storicamente, solo negli ultimi 250 anni è sempre stata l’Europa occidentale a tentare di occuparla, attratta dalle sue materie prime, dalle sue estensioni coltive, dalle sue masse produttive e più recentemente funzionali all’espansione del proprio mercato.

La Germania dell’accogliente Merkel, con le sanzioni alla Russia ha perso un milione di posti di lavoro, subito compensati con rimesse sociali e interventi di vario genere. La stessa Germania che nelle recentissime elezioni amministrative svoltesi in alcuni land ha mutato sostanzialmente la propria considerazione per la sua guida politica:

cancelliera, ma anche principali partiti politici CDU e SPD di quella Grande Coalizione, descritta dai media 17 anni or sono come evidente prova non del solidarismo sociale tedesco, ma della condivisione generale verso un modello sociale di sviluppo, capitalista, che di fatto poneva termine al quel nazional socialismo sempre rimasto ad ispirare leggi non solo attinenti al lavoro.

Infine, la preoccupazione “paterna” degli audaci organizzatori delle ardenti giornate europee, preoccupa non solo per la nostra incolumità presente, ma soprattutto per quella futura.

Ora che conosciamo il merito di Frau Merkel, nella campagna siriana, assolto con lo “svuotamento” dello stato siriano dalle migliori forze combattenti e per la ricostruzione del Paese. Ora che sappiamo a cosa fosse stata sottesa la sua tempestiva ed efficace azione d’intervento, scortata dal chierichetto Hollande, presso il palazzo di Putin per scongiurare l’annientamento delle milizie ucraine, corroborate da consiglieri militari Nato a Debaltsevo nel 2014, ci chiediamo quale sia stata la sua colpa innanzi ai grandi interessi mercantili internazionali, per ricevere il basso colpo dell’incriminazione per inquinamento delle vetture del gruppo VW. Storia che appare ora insabbiata, forse perché la politica di Obama in quest’ultima fase del mandato è mutata, indirizzandosi verso visioni di mediazione politica, favorevoli allo sviluppo dei popoli ed alla serena convivenza, mentre all’interno degli USA la campagna per le primarie si è trasformata in uno scontro senza precedenti all’interno del partito repubblicano o forse perché gli accordi di Minsk II hanno dimostrato tutto il loro limite iniziale ed il braccio di ferro della Frau tedesca con il presidente russo, si è volto a favore di quest’ultimo, sia per la situazione militare sviluppatasi in Ucraina, che per l’inverso rapporto con i rispettivi amministrati.

Nel 2018 ci saranno le elezioni in Germania e mentre la signora Merkel è riuscita a giocarsi un patrimonio di popolarità, che oggi sappiamo non essere stato suo merito, Vladimir Putin ha guadagnato una maggiore considerazione in ambito nazionale che ne consolida il ruolo, ma soprattutto ha conquistato il posto di statista e di assennato paladino dei valori etici del mondo occidentale.

Per quanto ancora i servizi (del), dei soliti Paesi, che hanno ricevuto in appalto la strategia della tensione nel mondo, continueranno ad imperversare indisturbati nel nostro quotidiano, ponendo a repentaglio le vite di innocenti ed inquinando sistematicamente l’informazione, non è dato sapere, ma sicuramente un comportamento più attento e responsabile, attuato nella lettura dei fatti, da una parte significativa dell’opinione pubblica europea, potrà giovare a tutti, consentendo l’abbandono di una  vigliacca strategia terroristica, che privilegia le guerre combattute contro i civili ignari o con i bombardamenti aerei delle città, inaugurata nel secondo conflitto mondiale e da allora sempre utilizzata senza remore etiche, nella certezza d’essere immuni da ritorsioni e paladini della democrazia.

Stefano Radi             

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