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Il benessere della Nazione

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Il benessere della Nazione

La nostra grande stampa, quella che di giorno in giorno perde lettori, ma che beneficia di cospicui aiuti pubblici in nome di una libertà editoriale che esiste solo per le opinioni della proprietà dei giornali, ci assilla ormai da anni con il problema del debito pubblico. Se non è il nostro, all’ordine del giorno compare quello greco, quello irlandese o quello spagnolo, mentre i lettori più accorti e soprattutto poliglotti, che s’informano su altre fonti, constatano come siano USA e Giappone a detenere il record mondiale di indebitamento pubblico, platealmente ignorato dalle società di rating.

Così, mentre il debito pubblico italico, annunciato anni or sono a suon di megafono aumenta costantemente, l’ineletto premier insediato a Palazzo Chigi, annuncia il referendum per le riforme:

quali riforme?

Quelle per l’efficienza del Paese. Riforme del tipo:

sostanziale abolizione dell’art.18 dello statuto dei lavoratori, la cui inutilità è ormai conclamata dai fatti. Ma tant’è, disoccupazione e deflazione sono oggi problemi sul tavolo di mister Draghi, che dal suo salotto-ufficio di Bruxelles, invoca le banche a rimettere in circolazione il denaro salvifico ricevuto dalla BCE, per dare ossigeno ai consumi afflitti.

Non è difficile per nessuno cha abbia occhi per vedere, constatare come le aree più industrializzate del Paese, appaiano oggi totalmente dismesse:

non sono solo le grandi superfici ed i capannoni deserti, a testimoniare l’assenza di quel fare che aveva condotto la piccola Italia tra i primi Paesi per reddito pro-capite, ma anche il numero d’immobili su cui è apposto il cartello “In vendita”, a manifestare la necessità di denaro liquido da porre in circolo, per bisogni spesso contingenti. E non è certo l’apertura del più grande centro commerciale europeo, ad Arese nell’ex stabilimento Alfa Romeo, che può invertire una spirale economica negativa, che ha proprio i “templi” dello shopping, quali esempi tangibili della crisi economica attraversata oggi dalla Nazione.

 Persino lord Mervying King, ex governatore della Banca d’Inghilterra, nel suo recentissimo libro, dichiara che il profondo malessere economico dell’Europa è il risultato di scelte politiche deliberate, fatte dalle élite europee. Flessione che mai avrebbe ritenuto possibile in occidente dopo il 1929, ma che non potrà essere risolta senza lo smantellamento dell’eurozona, per liberare i suoi membri più deboli da austerità incessanti e livelli record di disoccupazione.

Da est, i venti di guerra che avevano spirato fortissimi sulla fine della scorsa estate, si sono placati:

tra Russia ed America, impegnata nella campagna elettorale per le presidenziali di fine anno, è ritornata una pace armata, che ha lasciato Francia e Gran Bretagna con il cerino in mano in Siria ed in tutto il Medio Oriente, mentre il predone Erdogan, cullato in gran segreto da Israele, fa il tiranno nel suo Paese, violando libertà civili e quell’immagine di affidabilità politica che la Turchia aveva conquistato dopo decenni di esportazione di manodopera diligente e soprattutto obbediente.

Ma è l’Europa o quanto d’essa è rimasto fondato sui valori filosofici della sua tradizione culturale, ad alzare progressivamente la voce del proprio dissenso verso le scelte dei propri governi. Esecutivi imposti con alchimie politiche o sotterfugi post-elettorali, che non corrispondono alla volontà popolare sulla quale fondano la valenza delle leggi che promulgano:

in ogni ambito.

Così la Francia, nelle scorse settimane, si è opposta in piazza, come non avveniva da tempo, con una ciclopica manifestazione, al disegno di legge che prevede l’incremento dell’orario di lavoro settimanale, oltre ad altri ammennicoli vessatori; l’Ungheria di Orban è già da anni in rotta di collisione con il governo UE; gli spagnoli governati dall’Opus Dei non hanno mai accordato il sostegno ad un esecutivo disfunzionale agli interessi nazionali; gli olandesi si sono espressi contro la permanenza nella UE, attendendo che gli inglesi, a giugno, si pronuncino sulla permanenza del loro Paese, in una comunità dalla quale, peraltro, hanno ricevuto denari e agevolazioni, non rinunciando nemmeno ad una delle loro fissazioni normative, a testimoniare che anche perso l’impero, l’unica monarchia al mondo degna di attenzione è quella incoronata della signora con i cappellini variopinti. Ma sono Austria e Germania a preoccupare ora gli interessi dei signori del mondo, quest’anno, dopo oltre trent’anni, riunitisi nuovamente in assise a Roma.

La scorsa settimana in Austria i due vecchi partiti al potere da sessant’anni, sono crollati per lasciare lo spazio a Norbert Hofer, rappresentante di quella visione di nazione che legittima le peculiarità dei popoli, ritenendole irrinunciabili valori in un ambito territoriale che ne riunisca cultura, tradizioni e aspirazioni sociali. E non è l’Austria che annuncia di erigere barriere ferrose al Brennero, contro l’invasione di popoli sospinti verso il vecchio continente per fini mercantilistici, nei quali il neo colonialismo delle primavere arabe ha la sua pragmatica attuazione, ma quella preesistente, dei partiti asserviti agli interessi ed alle logiche mondialiste.

In Germania l’AFD, dopo le ultime consultazioni elettorali in alcuni land, è accreditato quale terza forza elettorale, con CDU e SPD in collasso di voti, grazie alle politiche pro immigrati attuate dalla giunonica cancelliera. Frau Merkel, che dopo quasi due mandati elettorali, ha fatto ben comprendere ai propri connazionali quale sia sempre stata la propria matrice politica:

l’asservimento alla politica imprenditoriale delle multinazionali, completato dopo la caduta del muro di Berlino con la perdita totale di ogni residua, autentica, sovranità nazionale sul piano internazionale, che nei tempi pur difficili del dopoguerra con Adenauer e Brandt, aveva ricostruito la propria immagine innanzi al mondo, rendendosi artefice del progetto di pace che sarebbe scaturito dall’unificazione europea.   

Una Germania, locomotiva d’Europa, oggi accreditata di una strapotenza economica in seno alla UE, in grado d’imporre la propria arbitraria volontà a quasi tutti i partners, ma in realtà una nazione vittima essa stessa delle logiche con le quali oggi si vorrebbe governare il mondo. Basti guardare ai danni provocati alla sua economia dalle sanzioni imposte alla Russia, all’inquietudine sociale sollevata dall’ultima massiva ondata d’immigrazione medio orientale, fagocitata dall’appello all’accoglienza rivolto dall’ineffabile cancelliera, in particolare ai siriani colpiti dalla guerra civile promossa dalle multinazionali mediante l’ISIS.

Visioni mercantiliste, nelle quali il conclamato benessere dei popoli, il rispetto della democrazia sancito dalle costituzioni, la considerazione per la libertà e soprattutto per la dignità della persona non hanno alcun ricetto.

Nemmeno l’opulenta e tranquilla Svizzera, seppure estranea all’euro ed alle pretestuose normative liberticide europee, può restare indifferente all’attuale fase di restaurazione di imperialismi castali, peraltro privi persino di qualsivoglia parvenza di legittimazione, politica o divina.

Dopo aver perso, per imposizione politica internazionale, il primato europeo nella custodia dei denari, che lo scoop giornalistico “Panama Papers” ha decretato prerogativa esclusiva di USA, GB, Israele e Olanda, la pragmatica opinione pubblica elvetica si sta interrogando sulle prospettive di una società mondiale, in gran parte tesa ad uno sviluppo disfunzionale all’interesse dei popoli.

E’ sorta così l’iniziativa per un referendum, che si terrà il 5 giugno prossimo ed avrà come oggetto la proposta per la creazione di un reddito di base incondizionato.

Il reddito di base dovrebbe consentire ai cittadini di condurre una vita dignitosa e maggiormente coinvolta nella vita pubblica. La consultazione sarà anche l’occasione per un ampio dibattito sul valore attuale del lavoro, sul rapporto con il denaro, sul significato di crescita, sulla società dei consumi, sul divario tra ricchezza e povertà, sulla questione della precarietà e sul principio del diritto ad una vita dignitosa, indipendentemente da qualsiasi valore di mercato.

L’iniziativa popolare è stata ampiamente osteggiata dal governo in carica, che con una risoluzione aveva invitato i cittadini a respingere la richiesta di referendum. Tuttavia, un successivo sondaggio svolto tra la popolazione ha rivelato che il 67% dei soggetti consultati,  ritiene che un reddito di base dovrebbe alleviare le paure esistenziali delle persone, migliorando la qualità generale della vita comune e i rapporti interpersonali.

Contrariamente a quanto gli oppositori del referendum argomentano, la grande maggioranza degli intervistati ha dichiarato che non smetterebbe di lavorare, ma vorrebbe poter dedicarsi di più alla famiglia, svolgere un lavoro confacente alle proprie attitudini, prevalentemente autonomo e soprattutto privo delle modalità d’inquadramento di stampo militaristico, che caratterizzano banche e multinazionali, avvilendo o discriminando talenti e le maggiori volontà.

Gli svizzeri, si sa, sono disciplinati e pragmatici, attaccati al denaro, ma con un ordinamento sociale tra i più equi al mondo. Forse, dopo cioccolata ed orologi, riusciranno ad esportare anche dignità e senso civico. Ne beneficeranno tutti, anche l’Europa del mercato, malgrado i suoi impostori.

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