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I padroni della vita

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I padroni della vita

Ad autunno voteremo per il referendum che sancirà se l’Italia sarà un Paese finalmente riformabile o se dovrà proseguire ad essere riformato con mezzi impropri, di volta, in volta, adeguati alla bisogna.

 

Referendum nel quale non ci sarà bisogno del “quorum”:

la maggioranza dei votanti per il si o per il no deciderà sul da farsi.

Intanto l’attuale esecutivo, piovuto dal Quirinale,  sta lavorando anche ad una nuova legge che dovrebbe appioppare nove anni di galera a quanti diffamino un parlamentare o un magistrato: ovvero, chi le leggi le fa e chi sulla loro mancata applicazione, sanziona.  

Un Parlamento ridotto nei membri, sostanzialmente privato del Senato, con una Camera dei Deputati in gran parte costituita da persone che, se non assolvessero a quell’impegno politico, non potrebbero permettersi una vita agiata è l’agorà ideale per legiferare rapidamente, su cosa e come si ritiene più utile e conveniente, non per la Nazione, ma per chi, entro i confini nazionali ed all’estero, ha interessi che sovrastano quelli dei cittadini italiani.

Sono decenni che assistiamo, fiduciosi, alle riforme del lavoro, delle pensioni, del fisco, agli interventi normativi che ad ogni piè sospinto si preoccupano della nostra sicurezza, della salute, della tutela della privacy, delle libertà dei più deboli, dei diversi, della tutela dei bambini, della parità dei sessi e quant’altro la valanga di normative, spesso contraddittorie persino nel loro stesso testo di legge, hanno imposto alla vita di ciascuno, specialmente dei “normali cittadini”,  coloro i quali, silenziosamente ed onestamente, quotidianamente, assolvono con dedizione, impegno e pazienza al loro lavoro, di fatto limitandoli o escludendoli, dalle libertà sancite dalla carta costituzionale.

Ne sia esempio per tutte la sovranità nazionale, sottratta con semplici trattati, mai ratificati dalla sovranità popolare, attribuita ad un meccanismo sovrastatuale che, in nome del progetto politico di unione dei popoli europei, ha privato l’Italia del diritto di battere moneta e di decidere sulle normative di maggior valenza per il benessere generale.

L’economia domina il mondo e su di essa la finanza con i propri strumenti, anche’essi inventati e soprattutto ampiamente discutibili, in termini di precisione, ma soprattutto di fondatezza, la cui applicazione ha dato e dà disastrosi risultati ogni dove siano stati utilizzati.

Dalla fine del mondo in due blocchi contrapposti, la situazione per quanti vivono del proprio lavoro e per coloro che con esso realizzano valore a beneficio di tutti, è peggiorata, sino a raggiungere gli attuali  livelli di difficoltà estranee alle problematiche professionali, per sottostare a quelle inerenti alle possibilità, alle condizioni, alle modalità del loro svolgimento.

Da un lato i diritti acquisiti in anni di sensibilizzazione della società civile, sono stati progressivamente erosi, anche mediante provvedimenti che annullano un principio fondamentale del diritto, quale quello relativo all’obbligo morale di rispettare i patti precedentemente stipulati, dall’altro la nuova normativa apparsa in vari settori, dalla sicurezza, al fisco, ha penalizzato ampiamente l’iniziativa privata, rendendo l’avvio di un’attività imprenditoriale un percorso ad ostacoli.

Fatto è che il Jobs act, inglesismo con il quale il governo Renzi, lo scorso anno, ha smantellato lo statuto dei lavoratori, è un fallimento.

Dati non di parte, ovvero di ISTAT e INPS, attestano proprio in questi giorni che il fatturato dell’industria a fine marzo è sceso del 3,6% rispetto all’analogo periodo del 2015, raggiungendo il peggior calo dal 2013. L’INPS attesta una flessione del 33,4% dei contratti a tempo indeterminato da inizio 2016 e un meno 33,4% delle trasformazioni dei contratti a tempo determinato. Insomma, la riforma delle riforme, difesa recentissimamente dalla loquela dell’ineletto, è una frana:

una legge da riformare.

Frana, non smottamento, giacché all’ulteriore flessione di occupazione stabile, si aggiunge l’allarmante dato di prospettiva futura costituito dal “buco contributivo” generato dal 36,7% di giovani senza lavoro.

L’Italia degli ultimi governi, si sta preoccupando dei clandestini che naufragano in vista delle nostre coste, mentre butta a mare quanto era stato costruito in decenni di lavoro dal dopoguerra agli anni novanta.

E’ di questo margine, di questa ricchezza accumulata dai loro genitori e nonni,  che vivono oggi molti giovani, che più giovani non sono, avendo superato anche la quarantina, creando le premesse per un dissesto sociale che nei prossimi anni non mancherà di ripercuotersi pesantemente sull’economia del Paese.

Non esiste più o è divenuta specie rarissima, quell’imprenditoria italica, fatta d’ingegno, di capacità talvolta complementari che, unite, avevano dato vita ad un tessuto industriale/artigianale che aveva consentito al Paese di annoverarsi, alla fine degli anni ’80, tra i primi a livello mondiale.

Certo, quell’effervescenza d’idee, che produceva posti di lavoro e nuove capacità, non poteva essere gradita alle multinazionali, nonostante il favore ad esse accordato con la promulgazione di leggi apparentemente improntate alla tutela dei lavoratori ed all’equità fiscale, ma in realtà rivolte alla salvaguardia del loro primato. 

La Francia di questi giorni, forse in un soprassalto d’orgoglio popolar nazionale, dopo lunghi anni di sonno sociale, sta evidenziando quanto sia ormai avanzato il progetto di asservimento totale della popolazione civile alla finanza erettasi, con i propri santoni tecnici e manutengoli politici, a padrona del mondo.

In Francia, come in Italia, Germania, Spagna e Gran Bretagna, ma anche negli altri  Paesi dell’Europa occidentale, pur con modalità diverse, adattate ad ogni singolo contesto sociale nazionale, è in corso un processo di asservimento coatto delle persone, che improvvidamente non comprendono d’essere, ad un tempo vittime e carnefici.

Vittime di un egoismo economico insaziabile e di un’arroganza che annulla la dignità delle persone, aggravate dall’utilizzo vergognoso dell’ipocrisia in ogni ambito della vita pubblica, dalla politica, alla comunicazione, ai rapporti di lavoro, negando fatti inconfutabili, sovvertendo la realtà, affermando propositi assolutamente opposti alla volontà perseguita, talvolta in modo plateale.

La società civile assiste allo sviluppo di una specie umana carnefice dei propri simili. Individui asserviti alle stesse logiche di chi li comanda,  per meschina bramosia di denaro e ridicola ambizione personale, talvolta per scarsezza intellettiva, spesso per  carenza di valore morale.

Lacchè, servitori sciocchi? No, puttane. Puttane che l’assenza di etica più che il bisogno economico, fanno assurgere a modello di successo per la vita.

L’altro punto è la storia:

si è mai visto, nella storia dell’uomo, portare la pace con bombe e fucili?

Il problema principale è proprio questo:

la storia. Una storia scritta dai vincitori, che dalla fine del 1800 stanno perseguendo sempre gli stessi fini, affinando i mezzi ed avvalendosi soprattutto, fraudolentemente, della bonomia delle persone, del loro legittimo desiderio di vivere in pace, in armonia, di realizzarsi con il lavoro e finalmente godere della libertà che lo spazio vitale offre a ciascuno.

Un desiderio, divenuto sogno, che produce delinquenti che lo utilizzano.

Delinquenti padroni, proprietari della vita dei mansueti, dei volonterosi, dei sinceri, degli onesti, degli appassionati del lavoro, degli innamorati della vita, degli altruisti, di coloro per i quali il mondo potrebbe essere migliore, ora e per il futuro.

E’ tempo di guardare in faccia la realtà e far uscire l’economia dalla cronaca quotidiana. E’ un dato di fatto che la crescita, questa crescita infinita, fatta di PIL ed indicatori economici inventati da fessi per la soddisfazione d’impostori, smetta d’essere l’assillo della vita delle persone che lavorano.

L’economia si istituisce nell’immaginario:

non valgono ricette messianiche rivolte allo sviluppo ed a una crescita economica che sia di volta, in volta crescita verde, sviluppo sostenibile o qualsiasi altra forma di altra crescita o di altro sviluppo, funzionali esclusivamente a rendere ineluttabile nelle menti delle persone il dogma dell’evoluzione economica.  

E’ alla “decostruzione” dell’economia, termine reso popolare dagli heideggeriani, che va dedicato l’impegno degli uomini accorti e giunti a questo punto, previdenti.   

Stefano Radi

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