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C’era una volta l’America

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C’era una volta l’America

Le prossime elezioni americane occupano da mesi l’attenzione dei media. L’enorme spreco di denaro, i toni alti delle contrapposizioni tra i due principali candidati superstiti della campagna elettorale, non mancano di attirare l’attenzione delle masse europee e creare un’attesa via, via, più catalizzante verso la data ultima dell’elezione finale.

La politica estera degli USA, quella che coinvolge da decenni palesemente ed occultamente le sorti di molti Paesi del mondo, con le varie guerre ancora in corso, le sanzioni e le attività di una diplomazia onnipresente a tutti i livelli, catalizza anch’essa le attenzioni di milioni di osservatori, professionali, ma anche, sempre più di persone preoccupate per il proprio futuro e per la propria sicurezza.

Gli Stati Uniti d’America, con il loro 325 milioni d’abitanti sono tra le prime quattro nazioni al mondo per numero d’abitanti. Un Paese la cui storia, nel contesto mondiale, inizia alla fine del seicento, per svilupparsi con maggiore forza dopo la conquista del west, l’affrancamento dalla Gran Bretagna e, soprattutto, dopo i due conflitti mondiali, che hanno dilaniato l’Europa nel secolo scorso.

Dalla guerra del ’45, gli USA sono usciti come prima potenza mondiale, in possesso della bomba atomica, ovvero dell’arma che le garantiva la supremazia sul piano bellico, nel caso i mezzi della politica non fossero stati sufficienti per raggiungere gli scopi di volta in volta prefissi.

La sua potenza economica, assicurata dal possesso di materie prime fondamentali per le industrie più importanti e da un apparato produttivo moderno, enormemente sviluppatosi a seguito lo sforzo bellico, era fonte di particolare attrazione per i capitali internazionali più consistenti.

Tuttavia l’attrazione principale era costituita dalla sua democrazia, fondata su una costituzione che traeva origine dall’affrancamento di uomini liberi, che tali avevano voluto divenire con la prima delle rivoluzioni dell’età moderna.

Fervore produttivo, opportunità occupazionali a tutti i livelli, enormi spazi, democrazia fatta di regole semplici, che ponevano l’uomo al centro della propria vita e di quella del Paese, la incoronarono luogo d’eccellenza per quanti desiderassero trovare fortuna mediante le proprie capacità personali.

Cose note e amplificate dalla filmografia hollywoodiana, massicciamente esportata nei Paesi europei ancora fracassati dalla guerra. Una guerra che aveva colpito pesantemente anche le popolazioni civili delle città, pesantemente bombardate, per invalidare le industrie, ma soprattutto per piegare psicologicamente il sostegno ai governi del fronte avverso.

Al di là della filmografia auto celebrativa, del ruolo di “buono” e di liberatore attribuito al marines americano, vi era, negli europei che erano stati protagonisti della guerra, la consapevolezza dell’inconsistenza del valore attribuito al fante USA dai film ed il ricordo vivido delle sciagure, del terrore e dei lutti provocato dai disastrosi bombardamenti. Ma la gentilezza dei soldati che erano giunti sui carri armati nei borghi e nelle città, distribuendo cioccolata e sigarette, interrompendo quella fase di paura e restrizioni d’ogni genere, aveva rapidamente spazzato via anche i ricordi più tristi.

L’America, per oltre un ventennio, fu considerata il paradiso in terra da molta parte degli europei e la sua democrazia, garantita dalla sua forza militare, una certezza ed una sicurezza per il presente ed il futuro.

Poi anche la Russia ebbe la bomba atomica. Anch’essa riuscì ad andare sullo spazio, ad esplorare quanto si era sempre vagheggiato, che dimostrava per l’una e l’altra delle due grandi nazioni la rispettiva capacità tecnica ed il livello di sviluppo della propria scienza.

Due mondi, due modi di vivere, entrambi concentrati sull’uomo, ma con un importante distinguo: l’uomo come membro dello stato, inteso come comunità di famiglie dedite alla costruzione di una nazione utile ai propri abitanti; l’altro costruito sulla capacità del singolo di ergersi a protagonista della propria esistenza, privo di condizionamenti, finalizzato a dimostrare il proprio valore nell’accumulazione di denaro e beni.

Due visioni contrapposte, che vennero esportate in tutto il mondo e lo tennero suddiviso in blocchi di alleanze militari, tali da generare nella certezza della reciproca distruzione totale in caso di conflitto, una pax armata che, sfociò anche in guerre convenzionali, ma che grazie all’equilibrio degli opposti, generò un’autentica pace e prosperità nel ricostruito occidente.

Dopo il crollo del muro di Berlino, l’implosione dell’URSS e il progressivo ingresso della Cina nel mercato occidentale, i valori in campo si modificarono attribuendo alla superpotenza USA un’ulteriore peso: quello derivante dall’annullamento degli avversari.

In poco più di un decennio, quell’enorme patrimonio di supremazia democratica e militare, venne considerato dai suoi stessi uomini più eminenti insufficiente a soddisfare le ambizioni della prima nazione al mondo.

Un impero che privo di contendenti, rischiava di piegarsi su se stesso come accadde all’impero romano. Ma ciò che era venuto a mancare era la possibilità di produrre e vendere armamenti. Di sviluppare quell’industria bellica, che tanto aveva contribuito all’arricchimento degli USA nel corso delle due guerre mondiali, con le factory al riparo da bombardamenti e sabotaggi.

Vi era comunque chi nel nuovo mondo, ridisegnatosi politicamente dopo il 1989, pensava di sviluppare visioni di vita alternative a quelle concepite ed esportate dall’impero a stelle e strisce. Poco importava che questi stati fossero distanti migliaia di chilometri, avessero lingue, culture, tradizioni, profondamente diverse: dovevano seguire il modello proposto o sottomettersi ai voleri dello stato leader.

La nuova fase della storia degli USA decorre quindi dalla necessità di giustificare platealmente, ai propri concittadini, l’avvio di una politica d’imposizione della propria politica, attuata sbarazzandosi, per acclarati motivi di sicurezza nazionale, di alcuni punti fermi, caratteristici della propria carta costituzionale.

Dal 2001 ebbe inizio un periodo tuttora in corso, nel quale la menzogna gigantesca, l’ipocrisia, la corruzione e l’arroganza, sono divenute prassi ordinaria nella conduzione degli Stati, delle grandi aziende, del commercio e per conseguenza dei rapporti interpersonali, distruggendo il valore effettivo delle costituzioni, delle leggi, delle prassi tramandate dalle consuetudini, fondate su etiche e valori antichi e virtuosi.

Ciò che era virtù e pregio è divenuto difetto e la verità da bandire.

Tutto questo è avvenuto mentre la fase di riappropriazione della verità scaturente dalla storia, non era ancora emersa nella sua interezza. Non era trascorso il tempo sufficiente per cui, le falsità che sempre emergono dopo i conflitti che derivano dal mero interesse venale, potessero essere sostituite con le verità che sole consentono agli uomini di proseguire insieme il proprio cammino, evitando di ricadere negli stessi errori.

Com’è noto una casa costruita sulla sabbia non ha possibilità di reggere, seppure in zone immune da rischi sismici. Tanto si è fatto in questi ultimi due decenni, pervenendo ad una condizione sociale disfunzionale alla natura dell’uomo, diffusa ad ogni latitudine, particolarmente ove gli schemi e le modalità di vita della società occidentale di tipo anglosassone, capitalista e liberista, si siano più radicati.

Gli effetti di questo modello di vita, impongono oggi due correttivi secondo quanti da esso traggono enormi profitti economici: la reiterazione degli effetti, possibile esclusivamente immettendo nella società occidentale nuove masse di persone disponibili a sottostare ai condizionamenti imposti ed il contemporaneo annullamento delle tardive, possibili, reazioni di contrasto alle politiche adottate dai governi creati grazie allo smantellamento legalizzato degli stati.

Gli USA, già da tempo destrutturati nella loro società conflittuale, etnicamente composita, aggregata esclusivamente dal mito del benessere e dell’affermazione personale enfatizzati dal ruolo di superpotenza mondiale paladina della democrazia e della libertà, sono il Paese più debole sul piano della consapevolezza della dignità personale e del valore della libertà. Certo le eccezioni non mancano e sono rappresentate da quanti hanno la possibilità economica di emigrare, da una Nazione sommamente restrittiva per le libertà personali, dove la precarietà economica costituisce non solo motivo per l’emarginazione dal contesto sociale, ma la possibile eliminazione fisica, derivante dalla perdita di considerazione sul mero piano umano.

Senza denaro nella società liberalcapitalista si è niente e non si ha nulla, nemmeno i rapporti umani.

Il mito degli USA è quindi oggi diffuso in quanti superficialmente ritengono che le immagini dei grattacieli di New York e delle spiagge della California, siano l’essenza della Nazione. Certo il business per gli articoli di lusso, specialmente inutili e per le opere che d’arte hanno solo il nome, trova spazio in alcune città degli States, ove eventi e gallerie d’arte fanno rimbalzare sui giornali della meschina Europa gli echi di quotazioni milionarie, ma questo vale quanto le elezioni presidenziali, per le quali l’eco del denaro speso dai candidati nella campagna vale da cassa di risonanza per il popolo, tenuto indebitamente a margine di un’importante consultazione elettorale, per la quale i giochi sono decisi da una ristretta gerontocrazia assolutista e avida.

Cosa resta del mito americano degli anni ’60? Cosa rimane dello spirito libertario e democratico scaturente dalla sua costituzione? Che cosa resta del ricordo dei movimenti giovanili che avevano esportato negli anni ’70 l’avversione alla guerra e la considerazione per la natura?

Oggi gli USA sono lo stato più odiato al mondo. Una Nazione che spesso deve trincerare le proprie ambasciate dietro a possenti muri di cinta, filo spinato, sofisticati sistemi d’allarme, vigilanza armata. Un Paese la cui democrazia non ha più alcun credito, la cui intromissione economica negli interessi altrui è nota anche all’uomo della strada di ogni continente, la cui grandezza è attribuita all’esercito di forza lavoro di cui si è nutrita per decenni, in particolare attraendo nelle proprie università i cervelli in fuga da un’ Europa spesso invidiosa e avara negli investimenti per la ricerca e gli studi scientifici. Uno stato che beneficia della considerazione delle masse marginali di un’Europa divisa tra due mondi: quello ad essa asservito che frequenta le catene di ristorazione che ha esportato, che guarda i suoi film oratoriali, che acquista i pick-up e gli Hummer per caricarci la borsa da palestra e gli sci e quello che d’essa ride, rinominando nei social gli americani “mangiaspazzatura”.

Si, è il disprezzo. E’ il disprezzo che prevale, dopo decenni nei quali il patrimonio di considerazione costruito nel dopoguerra è stato dissolto con politiche di stolta arroganza e ipocrisia politica e sociale, totalmente inadeguate al ruolo di grande Nazione che la storia le aveva affidato e platealmente inopportune per i propri interessi, anche economici.

E’ questo, forse, quanto caratterizza i contenuti di quest’ultima fase della campagna elettorale di mister Trump, che la designata presidente democratica signora Clinton sta cercando, tardivamente di contrastare. Chi è forte non ha bisogno di ricorrere alla menzogna, all’arroganza ed al sopruso per far valere le proprie ragioni. Può riuscirci meglio, molto meglio con altri mezzi, tra i quali la pacatezza e la comprensione, sostenute da una visione di effettiva democratica giustizia.

L’uomo è un essere complesso, perché frutto della natura e con la sua scienza, assolutamente imperfetta, non può supporre di superarla, tantomeno per rincorrere potere e denaro.

 

Stefano Radi       

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