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Putin al centro della politica internazionale

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Putin al centro della politica internazionale

Durante l’inizio settimana, Putin è stato al centro della politica internazionale con un giro d’incontri che dimostrano l’acquisita centralità del Cremlino sui più scottanti dossier internazionali, con buona pace di quanti sostengono la ghettizzazione di Mosca; un peso politico che Putin intende sfruttare – come dargli torto – ad esclusivo beneficio del suo Paese.

Putin al centro della politica internazionale

Martedì Angela Merkel si è recata in Russia; erano passati due anni dall’ultima volta a testimonianza di un rapporto tormentato che neanche questa visita è riuscita a rasserenare, anzi, il contrario, visto che il summit si è risolto in uno scambio di accuse, con la Cancelliera ad accusare Mosca di ingerenza sulla vita politica dei Paesi occidentali (!), di mancato rispetto dei diritti umani e così via, e Putin a controbattere piccato.

L’incontro ha messo in luce per l’ennesima volta l’incapacità della Merkel di trovare un minimo d’intesa con il Presidente russo; un’incapacità che ha lontane radici d’incompatibilità personale e caratteriale. Eppure Berlino, gli piaccia o no, ha un assoluto bisogno di trovare un’intesa con Mosca per procedere nel suo progetto di Europa a più velocità, che ha al suo centro l’affermazione di un’egemonia strutturale tedesca sulla Mitteleuropa.

Più che incompatibile è grottesco l’atteggiamento della Cancelliera, che pur avendo tutto da guadagnare da un’intesa sempre più stretta con il Cremlino, non perde occasione per inasprire i rapporti con grande disperazione di vasta parte del mondo economico tedesco. D’accordo che i business più grandi procedono comunque sotto traccia (vedi il raddoppio del North Stream e così via), ma per il Sistema Germania è comunque un’inutile perdita di mercati e opportunità in nome dell’obbedienza a Washington e all’incapacità della Merkel di trovare una convivenza che garantisca l’evidente coincidenza d’interessi.

Appunto, quegli interessi che permettono a Putin di giocare le sue carte e, piaccia o no alla Cancelliera, trascinano il Sistema Germania verso di lui.

Nella serata della stessa giornata è stata la volta di Trump, con la sua prima telefonata all’inquilino del Cremlino dopo il lancio dei missili sulla Siria. Nel corso del colloquio si è parlato soprattutto di quel dossier: il Presidente Usa s’è reso conto che il suo gesto non solo non ha intimidito nessuno, ma ha fatto irrigidire ulteriormente Putin che s’è visto sfidare mentre continua a espandere la sua influenza sull’area.

Si è discusso di cosiddette “zone sicure” per i civili, di osservatori Usa ai colloqui di Astana e di una sostanziale adesione della Casa Bianca all’approccio russo, quantomeno nell’Est della Siria e contro l’Isis; resta da vedere se l’apparato militare Usa non saboterà sul nascere questo tentativo d’intesa, grazie alla sostanziale libertà di manovra di cui gode sul campo, e che non esita a usare anche in contrasto con i confusi indirizzi dell’Amministrazione Usa. Fra gli altri argomenti, Trump ha anche chiesto a Putin di esercitare pressioni sulla Corea del Nord, su cui i Russi hanno negli ultimi tempi un’influenza crescente.

Nel colloquio è emersa poca sostanza ma ha evidenziato un fatto innegabile, che poi è l’essenza stessa della situazione internazionale: nel mondo quale è adesso, una collaborazione con il Cremlino è imprescindibile per la soluzione, o anche solo per la gestione, di un crescente numero di dossier. Al di là di teorie e dibattiti è un fatto. A Putin non resta che incassare il dividendo del ritrovato status di player internazionale.

Ed è quello che conduce direttamente all’incontro di mercoledì con Erdogan: il Presidente turco è giunto a Soci con un’agenda che parlava di turismo, commercio, energia, anche acquisto di sistemi d’arma, ma sullo sfondo c’era soprattutto la Siria. Dopo anni di guerra e di un impegno che ha finito per isolare la Turchia, Erdogan ha paura di finire stritolato fra Washington e Mosca; per questo, con la consueta ambiguità, vuole porsi agli Usa come cardine di un contenimento dell’Iran e a Mosca vuol far balenare un appoggio (o comunque una tacita acquiescenza) alla prossima offensiva di Damasco su Idlib. Una duplice offerta che con ogni probabilità cadrà nel vuoto.

Il fatto è che Putin ed Erdogan sono troppo diversi e non si amano, né tantomeno si fidano l’uno dell’altro; ma se è vero che il Presidente turco può essere utile al Cremlino, Mosca non ha certo un assoluto bisogno di Ankara; il rapporto sta tutto qui, una momentanea coincidenza d’interessi essenzialmente alle condizioni di Putin.

D’altronde, per Erdogan è irrinunciabile impedire il consolidamento del Pkk/Pyd sia in Siria che in Iraq, ma in questo si scontra con Washington che ha fatto dei Curdi la propria carta in Medio Oriente. Uno scontro destinato ad aggravarsi nel prossimo futuro, con le forze Usa in Siria che pattugliano il confine turco-siriano e l’Esercito turco che sta ammassando truppe attorno ad Akçakale. La domanda sembra essere non se, ma in quale punto del confine scoppierà una nuova crisi che coinvolgerà Ankara, i Curdi e ovviamente gli Usa.

Anche in tutto questo Putin rimane arbitro, e strapperà le migliori condizioni (una collaborazione turca per liquidare il cantone “ribelle” di Idlib) badando a concedere poco, pochissimo (il Presidente russo non ha alcuna intenzione di eliminare le Ypg, troppo preziose per condizionare Erdogan).

Come si vede, e a dispetto di quanti hanno provato per anni a negare la realtà o attaccare Mosca, Putin ha accresciuto enormemente il peso della Russia, facendo del Cremlino un crocevia irrinunciabile della politica internazionale, e traducendo questa influenza in dividendo politico ed economico per il suo Paese.

di Salvo Ardizzone

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